lunedì 26 settembre 2011

E piove

Piove.
Piove sempre.
E non è una di quelle piogge che ogni tanto fa piacere vivere. E’ triste. Fastidiosa. Soffocante.
Mi fa sempre un po’ male la gola qualdo arriva. La testa a volte.
E poi smette. E ti senti libero di uscire fuori a respirare. Perché il prato ha sempre un buon odore dopo la pioggia. E la terra anche.
L’aria profuma di legna bagnata.
Ma guardi il cielo. Là, dietro le montagne. E lo sai.
Che presto ne arriverà un’altra di pioggia. Lo sai di sicuro.
E poi arriva.
Ancora più forte e più brutta di prima. Più cattiva. Più nera. Pressante.
E non è di quelle che ogni tanto fa piacere avere sulla pelle. E’ umida, ma in modo irritante. E’ calda. Diversa dalle altre.
E bagna tutto. Bagna i capelli. Che poi si attaccano sempre alla faccia, e non mi piace. Bagna le coperte. E i cuscini. Bagna anche quelli. E non è un bagnato che ti piace avere addosso.
E i pavimenti, quando piove proprio forte. Che ti tocca asciugare. Altrimenti ti ritrovi le calze umide.
E non vuoi stare sotto questa pioggia. Allora cerchi un ombrello. Uno di quelli grandissimi che si aprono manualmente. Verde scuro magari, con i bordi chiari. Non quelli automatici. Che non mi piacciono per niente. E lo apri con la convinzione che possa ripararti.
Ma è una pioggia brutta. L’ombrello non serve.
E allora grido. Sono stanca della pioggia e grido forte “Basta! Falla smettere!”.
Ma non smette.
Mi distraggo. Faccio qualcosa che mi distolga dal pensiero della pioggia. E leggo. E coloro. E poi guardo un bel film. Perché prima o poi passa.
Ma alzo lo sguardo un istante. E piove.  E me lo ricordo che qui piove.
Qui dentro piove sempre.

venerdì 23 settembre 2011

Il vecchio con la paletta rossa e bianca


Quasi tutti i giorni, nell’orario in cui i lavoratori tornano a casa ed i ragazzi escono da scuola, lui se ne sta lì, in quella stradina di paese assolutamente deserta, proprio di fronte alle strisce pedonali, vestito con un gilet giallo catarifrangente e tenendo in mano la sua fedele paletta rossa e bianca.
Se ne sta lì con i suoi capelli semilunghi ormai bianchi, con gli occhiali spessi quanto fondi di bottiglia, con la schiena curva e lo sguardo attento.
Se ne sta lì.
Aspettando pazientemente che delle macchine attraversino quella stradina isolata, così da poter dare il suo consenso di passaggio mostrando la sua paletta rotonda e salutando felicemente con un sorriso.
Poco importa che non ci sia nessun pedone ad attraversare la strada, poco importa che gli automobilisti lo saprebbero benissimo vedere da sé nel caso dovessero fermarsi, poco importa che venga preso in giro dall’intero quartiere, o che al suo sorriso non venga prestata la minima attenzione. Lui continua imperterrito a fare quel lavoro per cui probabilmente non viene nemmeno pagato, si ostina a sorridere con spensieratezza ad ogni macchina di passaggio e mostra orgoglioso la sua paletta rossa e bianca.
Felice di quel che fa. Felice di quel che è.
Chissà se è consapevole di poter migliorare la giornata di molte persone con il suo sorriso, chissà se è a conoscenza dello smisurato potere che ha in mano.
A volte basta davvero così poco.
Regalare un sorriso.
Lui l’ha capito, e quello è diventato lo scopo della sua vita.
Già. Perché a me, il sorriso di quel vecchio, cambia la giornata.

giovedì 22 settembre 2011

Nel mio mondo sono veramente felice


Quella sera non era diversa dalle altre. Era una sera in cui si trovava da sola, con il cielo che diventava sempre più grigio e scuro, le luci che nonostante il buio rimanevano spente, il computer semi aperto sul divano, delle musiche così perfette che invece di rompere il silenzio, si adeguavano ad esso, e lei, persa nei suoi pensieri più segreti, pensieri che ormai erano diventati il suo unico mondo.
Guardava apatica quell’unica luce nell’oscurità della casa, il computer acceso, lo guardava senza vederlo, i suoi pensieri non glielo permettevano.
Ma qualcosa la distrasse per un secondo. Un tuono. Stava arrivando un temporale.
Il tremolio dei vetri le diede la determinazione di alzarsi dal divano rosso sul quale si trovava, per  avvicinarsi alla finestra e scostare appena appena le tende, giusto quel che bastava per osservare con entrambi gli occhi quel che succedeva a solo un metro da lei: il vento soffiva incattivito piegando le piante come fossero sottili ramoscelli, il cielo mandava da dietro le montagne nuvole sempre più dense e scure che tuonavano ripetutamente, i lampi apparivano di tanto in tanto dove le nubi si scontravano, la pioggia cadeva a goccioloni spessi e pesanti.
E lei se ne stava lì, ad osservare quel fenomeno così normale come fosse un evento storico, ne coglieva ogni particolare facendo attenzione a ricordare la perfetta posizione e il dettagliato movimento di qualsiasi cosa si trovasse a poco più di due passi da lei.
Vedeva l’ombrellone di fronte che quasi si piegava alla padronanza smisurata del vento gelido, e sopra di esso una famiglia di vespe che si aggrappava al telo sventolante con tutte le sue forze, spostandosi avanti e indietro confuse dallo sballottamento e cercando la vicinanza l’una dell’altra per proteggersi, osservava le gocce di pioggia arrivare sempre più vicine alla finestra sospinte dal vento, sentiva le persiane sbattere contro la cuccia ormai vuota.
Decise di godersi appieno il momento visto che quello era l’unico evento in grado di distoglierla dai suoi pensieri, o magari non proprio, forse la allontanava solo da quelli particolarmente deprimenti proiettandola nel mondo dei ricordi felici.
Indossò una felpa, prese la coperta arancione, aprì le finestre nonostante il rischio di ritrovarsi i fulmini in casa come l’aveva saggiamente avvertita qalcuno, e si sedette sul divano ad osservare lo svolgersi della serata, fino alla fine del temporale, fino all’arrivo dei giocatori di calcio giunti per allenarsi nel campo di fronte, fino ad avere la mente rilassata e felice, fino a ricordarsi che quando avrebbe chiuso le finestre tutto sarebbe ritornato come prima.
Perché chiuderle allora?
Al diavolo i fulmini, al diavolo il freddo, al diavolo le urla dei calciatori, io lascio aperto e rimango nel mio magico mondo senza pensieri ancora per un po’, immaginando fatti mai avvenuti, respirando l’aria fresca di pioggia ed erba bagnata, ascoltando il battito d’ali dei pipistrelli, scrivendo storie che forse nessuno mai leggerà, e sorridendo senza capire esattamente perché.
Forse perché nel mio mondo, sono veramente felice…